“Buon
giorno poeta, altra notte passato chino sui libri ad annotare parole
malinconiche? E la bella Maria, come sta?”
“Joseph,
il tuo tono è sempre…”
“Inappropriato,
troppo vivace, troppo tutto. Sì, lo so. Ci pensa già abbastanza mio padre a
rinfacciarmelo. Come capo, fai bene a rimettermi in riga, ma come amico ti
converrebbe ascoltarmi, forse riuscirei a smuovere un po’ questa tua vita
fossilizzata. Tuo padre ti tiene al guinzaglio, come ha fatto da quando sei
nato. Affidarti l’azienda non è stato un segno di fiducia, ma un modo per
legarti ancora più saldamente alla sua causa. Presto ti presenterà una bella
fidanzata, un buon partito che possa giovare agli interessi della famiglia, e
addio Maria. Dovrai seppellire i tuoi sogni di giovinezza e diventare una copia
dell’uomo che non avresti mai voluto imitare!”
Abbasso
gli occhi, facendo finta di interessarmi a un documento sulla mia scrivania,
mentre lascio andare quella poca aria che continua a mantenermi in vita.
“Avresti
dovuto importi, il tuo posto era all’università, non in questo posto.”
“Questo
posto dà da vivere alla mia famiglia, alla tua e a quelle di decine di operai.
Smetti di spandere pensieri insensati e vai a controllare che i macchinari
siano al pieno della loro efficienza.”
“Agli
ordini capo!”
Non
è offeso, Joseph non perde mai il suo tono di divertita ironia. L’ho sempre
invidiato, lui possiede la gioia di vivere che credo di non aver mai
conosciuto. Mentre sta per uscire dal piccolo ufficio, lo vedo indugiare un po’
più a lungo davanti alla porta. Non è da lui, normalmente sarebbe già arrivato
al piano operativo, con la vivacità che lo contraddistingue. Ma questa mattina
sembra non abbia voglia di lasciarmi; e non è poca voglia di lavorare. Lo so,
il mio migliore amico è un lavoratore instancabile. C’è qualcosa che vuole
dire, ma che teme di esprimere.
Vedo
varie espressioni alternarsi sul suo viso spigoloso, accendendolo più volte con
il suo accattivante sorriso che lo aiuta ad arrivare a fine giornata, anche
quando il lavoro è più duro.
“Ho
conosciuto della gente ieri.”
Il
mio sopracciglio si alza sospettoso davanti alla sua vaghezza.
“Che
gente?”
“Gente!”
Fa
spallucce, come se il pensiero non fosse discutibile. Attendo con aria curiosa.
La premessa così nebbiosa non è da lui. Mi fa temere che si sia invischiato in
qualcosa di losco.
“Partono,
hanno dei camion e c’è una nave che li aspetta sulla costa tedesca.”
Rido,
un viaggio che non riesco nemmeno a immaginare, per raggiungere una fantomatica
nave, diretta chissà dove. La cosa mi sembra esagerata anche per Joseph. Ma
torno serio immediatamente. Non è uno scherzo. Lui non ride. Sta parlando sul
serio.
“Partono
domani notte, Victor. Io vado con loro. Non posso continuare qui, le cose sono
troppo oppressive.”
Scatto
istantaneamente avanti, strappandogli la maniglia della porta di mano per
chiuderla. Mi schiarisco la gola prima di assumere un tono pacato, ma fermo,
fissandolo negli occhi.
“Partire?
Attraversare mezza Europa, varcare i confini per imbarcarsi. Per dove?”
Il
sussurro della sua risposta è come un respiro di libertà.
“America,
Victor. Vado in America. Addio regime oppressivo. Addio catena di montaggio
sempre uguale. Mi riprendo la vita, amico. Abbiamo diciassette anni. Ci
dev’essere qualcosa di più per noi!”
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