mercoledì 24 aprile 2013

Ed ecco, come promesso, il prologo della storia. Andiamo indietro nel tempo, piu' o meno alla merà del secolo scorso.


Le mie giornate scorrono uguali, non ricordo nemmeno da quanto. Credo di essere passato dalla fanciullezza all’età adulta senza rendermene conto, se mai ho vissuto una vera infanzia.
Ma possiedo una forte spinta che mi aiuta ad alzarmi dal letto al mattino e prepararmi per recarmi al lavoro. L’acciaieria che assorbe l’anima e il corpo della famiglia da decenni e che, ormai, ha ingoiato anche me.
Maria. Lei è giovane, bella e con una vivacità interiore che traspare dai suoi occhi cerulei. Sento il profumo della sua pelle candida quando mi passa accanto e desidero poter andare oltre al nostro rapporto di formale conoscenza.
“Buon giorno signore!”
Mi attende solerte, salutandomi con un sorriso composto, misurando con cura l’inclinazione delle labbra. Non fosse mai che si aprissero a un’espressione di confidenza.
Mi serve la colazione, porgendomi il giornale; e le gote rimangono tirate, segno che il sorriso sincero rifiuta di abbandonare il suo viso delicato.
Al diavolo quel “signore”. Io sono Victor. Abbandona le formalità Maria e lascia che quel sorriso nascosto illumini totalmente il tuo bel viso da bambina che ha dovuto imparare a lavorare troppo presto.
Potrei osare, ma non lo farò. Troppe cameriere sono state compromesse da padroni egoisti che non hanno ponderato le conseguenze, o, più probabilmente, se ne sono fregati. No Maria, tu sei troppo pura perché io abbia l’ardire di accarezzare la tua mano, sempre così dolorosamente vicina. Le convenzioni sono troppo rigide in questa nostra maledetta società; e io troppo vigliacco per sfidarle.
Ho sempre dovuto piegare il capo, non conosco altre vie.
Mi alzo lentamente dal tavolo, sollevando per un attimo gli occhi verso la tua figura. Sei sempre lì, come una statuina di porcellana, fiera e composta. Piccola, ma così forte. L’espressione serena non abbandona il tuo volto, mentre increspi le labbra, lottando con tutte le tue forze per impedire a quel sorriso di aprirsi in modo troppo sfacciato. E io, da vigliacco che sono, abbasso lo sguardo, sussurrando:
“Buona giornata!”
Non ascolto la tua risposta convenzionale, sempre uguale, coperta dal rumore delle stoviglie che ti affretti a raccogliere.
Oggi non è il giorno in cui ti parlerò con sincerità. Chissà se mai arriverà quel giorno.
Potrei decidere di scappare via con te, lontano da quel piccolo mondo opprimente che ci spinge agli angoli opposti di una stanza. Ma il poeta non è abbastanza forte da vincere sul figlio devoto.
Mio padre mi ha affidato la fabbrica e il mio compito è quello di portare avanti il lavoro, fare in modo che tutto proceda con ordine. Che gli ingranaggi della vita vengano oliati con la dose giusta di apparente affidabilità.
Lealtà alla famiglia e al lavoro più che al cuore. Non può cambiare. Io non posso cambiare.


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