martedì 14 maggio 2013

Concludo il giorno uno del diario di Victor, e la sua ultima pagina della vita umana:


Scuoto la testa innervosito, mentre la frangia scura, costantemente troppo lunga, mi cade tra gli occhi, rifiutando di lasciare la maniglia.
“Sei un pazzo. Ammesso che riusciate a eludere tutti i controlli e raggiungere la Germania, il viaggio in nave sarà lungo e una volta in America che farai?”
“Non lo so, ma voglio provarci. Vieni con me, c’è posto! Andiamo via insieme.”
Invidio quella luce che anima il suo sguardo e, stancamente cedo il passo. Torno alla scrivania, sentendo su di me il suo sguardo deluso e compassionevole, mentre indugia ancora un attimo, prima di scomparire nella fabbrica.
Il poeta lo farebbe, afferrerebbe Maria e partirebbe con lei verso l’ignoto. Ma il mio spirito è piegato, rassegnato. Rimarrò così, per la vita. Chiuso in una scatola a sbirciare da una fessura quello che avrebbe potuto essere ma non sarà mai.
La giornata di lavoro passa pigramente, scivolando inesorabilmente fra le dita. I miei occhi bruciano per tutti i documenti che ho dovuto vagliare e i conti.
Esco con le spalle curve dopo gli operai. Sono l’ultimo a lasciare l’acciaieria, come sempre. È così che mio padre mi ha insegnato.  Ma Joseph è ancora lì, mi aspetta; e ha un’aria un po’ imbarazzata. Forse teme  la mia ostilità, ma la mia amicizia non ostacolerà le sue scelte. Sarebbe inutile, la sua determinazione è indomabile, lo so.
“Andiamo a bere qualcosa al bar? Ce lo meritiamo!”
Sì, è vero. L’alcol è l’unica concessione che mi lascio. Obliare leggermente la mia mente per smorzare il pensiero normativo che mi domina. Sì, lo accompagno al bar. Forse per l’ultima volta. Lui non ha abbandonato la decisione di partire. Me ne parla ancora, ma io non gli do retta. Sarei curioso di vedere con che marmaglia si è accordato, ma quale scopo. Viaggiamo su due binari separati ormai. E il mio è quello morto.
Temo che sotto l’esaltazione del bere, Joseph possa dire qualche parola di troppo sui suoi progetti, così lo accompagno a casa, zittendo le sue parole da ubriaco.
Sul portone di casa mi abbraccia e mi fissa negli occhi. Ha bevuto troppo, è evidente.
“Vieni con me, Victor, Non puoi dire che questa vita ti vada bene. Lo so che non è così. Dillo anche a Maria. Da come ti guarda, non vede l’ora di dividere la sua vita con te. È un futuro incerto, lo so bene, ma la vita è incertezza. Altrimenti si muore!”
Fisso un’ultima volta gli occhi del mio amico, azzurri e luminosi come il cielo. I miei invece sono grigi, come l’asfalto immobile e immutabile. Io sono già morto, il suo desiderio di libertà non può scuotermi.
Sorrido e mi volto, prendendo la strada di casa con il cuore pesante. Non voglio rientrare. Sarebbe bello spezzare gli schemi di quella vita sempre uguale, ma non possiedo il coraggio che ha lui. È stato bello averlo nella mia vita!

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